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La sacralità del vero

C'è un tempio, rannicchiato in un angolo dei giardini della Biennale di Venezia, che è altare: a ritmo serrato e fuori da ogni metafora, si compiono rituali di realtà.  Una realtà nuda, spogliata da ogni bellezza artefatta, che mette in scena ciclicamente gesti quotidiani che l'essere umano non sa nemmeno più di compiere. Ed è così vera questa realtà che questo padiglione ha aperto discussioni e polemiche che ancora non trovano fine. Perché Florentina Holzinger, con il dolore, la fatica, l'ostinazione, ci mostra le cose che proprio non vogliamo vedere. E tutta la vocazione, la pena, il grido che esce da quei corpi viene inghiottito dalla banalità del vuoto con cui li guardiamo.  Siamo abituati a consumare l'arte contemporanea come intrattenimento domenicale, come un'attrazione da baraccone o da fotografare per i social. In Seaworld, La Holzinger usa deliberatamente lo shock (la donna-batacchio nella campana, la giostra della deposizione, la Venere dormie...

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