le scarpe pesanti
Ci sono giorni che scorrono banali, in cui non riesci a fermare un momento, un attimo o una sensazione che li descriva, che li congeli in un'immagine riassuntiva, descrittiva.
Il più dei miei giorni, direi.
Poi mi capita di iniziare a leggere un libro, un romanzo che una mia amica mi ha regalato qualche giorno fa, con gli occhi pieni di entusiasmo e le mani che quasi tremavano mentre me lo consegnava, con la trepidazione di chi vorrebbe in un gesto trasmetterti tutte le emozioni che ha riposto in quelle pagine.
Appena prendo in mano il libro ne sento il peso, l'ingombro, scatta una scintilla.
Il rapporto fra me e i libri non è molto diverso da quello tra me e le persone.
E' qualcosa di molto vicino alla chimica, o comunque ad una scienza esatta. O vedo la luce o non la vedo. O si accende o no.
A volte mi sbaglio, certo, e inizio a leggere le prime pagine in modo svogliato, sottovalutando l'ipotesi che la trama o l'epilogo possano essere molto meglio del prologo o del solo incipit. Ma raramente riesco a scavalcare la sensazione che ho all'inizio. Così anche di molte persone ho letto solo le prime pagine, e nell'impazienza che mi contraddistingue le ho lasciate lì, con un segnalibro fra un foglio e l'altro, e le ho riposte nella libreria. So che non aprirò più quel libro, che non leggerò più quelle persone.
Ma con la stessa determinazione se quando guardando o toccando un libro, o una persona, sento una scintilla, un richiamo, allora quella persona, o quel libro, mi accompagneranno certamente in un viaggio, di qualsiasi forma o tipologia, ma li porterò con me fino alla fine.
E' accaduto così anche con questo libro, di cui confesso di non aver mai sentito parlare prima, ma appena l'ho aperto, appena ho passato lo sguardo sulle prime parole, tutto ha avuto di nuovo inizio.
Non lo sto "divorando" come faccio di solito con le mie letture bulimiche quando incontro un libro che mi piace; lo sto sorseggiando, come quando il caffè della moka ti riesce particolarmente bene, e tu hai tutto il tempo di stare lì seduta a gustartelo, con la luce perfetta, la temperatura ideale, e le scarpe leggere.
Ho provato da subito quella stuzzicante sensazione di sana invidia (che di solito riservo ai romanzi di Baricco) nello scoprire riga dopo riga un'idea, meravigliosa, una creatività, o anche solo la capacità semplice, elementare, di descrivere con le parole giuste, le uniche, una sensazione, un luogo, un tempo.
Così come quando incontro una persona che stimo, che ammiro, e mi scopro ad invidiare il suo modo di porsi di fronte alle situazioni, di parlare, di muoversi, di reagire.
E più che invidia è sete, è il piacere di imparare che si può essere anche in un altro modo, che le cose si possono fare o dire anche diversamente, che ogni persona si pone alla vita da un punto di vista sempre differente. Come i fiocchi di neve, che sono milioni, miliardi, e ognuno è diverso dall'altro, che è una cosa che conosco.
Cercare di ricordare che meno cose filtriamo più velocemente e veramente arriviamo a noi stessi.
Il fatto che a condurre, nel caso di questo libro, sia un bambino, facilita di molto le cose.
"Quel segreto era il buco al centro di me stesso dove cadeva ogni felicità".
edielle
ah, già "Molto forte, incredibilmente vicino", di Jonathan Safran Foer
Il più dei miei giorni, direi.
Poi mi capita di iniziare a leggere un libro, un romanzo che una mia amica mi ha regalato qualche giorno fa, con gli occhi pieni di entusiasmo e le mani che quasi tremavano mentre me lo consegnava, con la trepidazione di chi vorrebbe in un gesto trasmetterti tutte le emozioni che ha riposto in quelle pagine.
Appena prendo in mano il libro ne sento il peso, l'ingombro, scatta una scintilla.
Il rapporto fra me e i libri non è molto diverso da quello tra me e le persone.
E' qualcosa di molto vicino alla chimica, o comunque ad una scienza esatta. O vedo la luce o non la vedo. O si accende o no.
A volte mi sbaglio, certo, e inizio a leggere le prime pagine in modo svogliato, sottovalutando l'ipotesi che la trama o l'epilogo possano essere molto meglio del prologo o del solo incipit. Ma raramente riesco a scavalcare la sensazione che ho all'inizio. Così anche di molte persone ho letto solo le prime pagine, e nell'impazienza che mi contraddistingue le ho lasciate lì, con un segnalibro fra un foglio e l'altro, e le ho riposte nella libreria. So che non aprirò più quel libro, che non leggerò più quelle persone.
Ma con la stessa determinazione se quando guardando o toccando un libro, o una persona, sento una scintilla, un richiamo, allora quella persona, o quel libro, mi accompagneranno certamente in un viaggio, di qualsiasi forma o tipologia, ma li porterò con me fino alla fine.
E' accaduto così anche con questo libro, di cui confesso di non aver mai sentito parlare prima, ma appena l'ho aperto, appena ho passato lo sguardo sulle prime parole, tutto ha avuto di nuovo inizio.
Non lo sto "divorando" come faccio di solito con le mie letture bulimiche quando incontro un libro che mi piace; lo sto sorseggiando, come quando il caffè della moka ti riesce particolarmente bene, e tu hai tutto il tempo di stare lì seduta a gustartelo, con la luce perfetta, la temperatura ideale, e le scarpe leggere.
Ho provato da subito quella stuzzicante sensazione di sana invidia (che di solito riservo ai romanzi di Baricco) nello scoprire riga dopo riga un'idea, meravigliosa, una creatività, o anche solo la capacità semplice, elementare, di descrivere con le parole giuste, le uniche, una sensazione, un luogo, un tempo.
Così come quando incontro una persona che stimo, che ammiro, e mi scopro ad invidiare il suo modo di porsi di fronte alle situazioni, di parlare, di muoversi, di reagire.
E più che invidia è sete, è il piacere di imparare che si può essere anche in un altro modo, che le cose si possono fare o dire anche diversamente, che ogni persona si pone alla vita da un punto di vista sempre differente. Come i fiocchi di neve, che sono milioni, miliardi, e ognuno è diverso dall'altro, che è una cosa che conosco.
Cercare di ricordare che meno cose filtriamo più velocemente e veramente arriviamo a noi stessi.
Il fatto che a condurre, nel caso di questo libro, sia un bambino, facilita di molto le cose.
"Quel segreto era il buco al centro di me stesso dove cadeva ogni felicità".
edielle
ah, già "Molto forte, incredibilmente vicino", di Jonathan Safran Foer

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